10 anni di Festival


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Da decenni si rileva la carenza di discorsi strutturati e non occasionali intorno alla musica per film; da decenni ci si limita a tale considerazione, apparentemente contraddetta (ma in realtà riaffermata) dai soliti eventi celebrativi di questo o quel musicista.

Creuza de Mà, il festival di Carloforte dedicato alla musica applicata al cinema, ha rappresentato un’eccezione alla regola, anzi un’eccezione così sistematica e longeva (finora sei edizioni consecutive) da diventare regola. È come se dalle chiacchiere si fosse improvvisamente passati ai fatti, scatto della volontà assai poco diffuso in questo paese. Fin dal principio, sotto la guida attenta, meticolosa ma anche paziente di Gianfranco Cabiddu, si è costituito un gruppo di lavoro che ha pensato al festival come a una grande occasione per fare finalmente quello che solo in parte si era riusciti a fare nell’attività critica e nella didattica universitaria: costituire una sorta di laboratorio aperto, in cui far confluire l’attività musicale e quella critico-teorica, in tutte le loro sfaccettature. Il live, allora, da momento spettacolare diventa momento di riflessione; e la conversazione, a sua volta, può diventare spettacolo. Pertanto ogni musicista ha lasciato un duplice contributo, fatto che ha reso questa esperienza carlofortina ricchissima sotto ogni punto di vista. Sono state più entusiasmanti le esibizioni dal vivo di musicisti del calibro di Wim Mertens, Michael Nyman, Paolo Fresu, Mauro Pagani, Peppe Servillo, Nicola Piovani, Franco Piersanti, Antonello Salis, Rita Marcotulli, Daniele di Bonaventura (l’elenco potrebbe continuare) o le loro parole sul mestiere della musica, le loro esperienze, le loro storie? Difficile, o inutile, decidere.

C’è stato anche tanto cinema, a Creuza de Mà. Cinema visto, cinema invisibile, ma soprattutto cinema da ascoltare. In poche altre occasioni capita di poterlo fare, in Italia. E al grido di “il dibattito sì!”, è stato entusiasmante poterne anche parlare, sia con i compositori di musica per film nella veste di relatori, sia con i registi, finalmente per una volta portati su un discorso non autocentrato, non autoriale, ma tecnico nel più ampio e originario senso del termine. Parlando di musica e di suono con i registi si fanno scoperte bellissime su quanta regia c’è nella costruzione di un campo sonoro, oltre che di un campo visivo; e alla fine, chiudendo il cerchio, si capisce molto meglio il loro cinema. Così è accaduto per i fratelli Taviani, Giuseppe Piccioni, Davide Ferrario, Alessandro Piva, Ferdinando Vicentini Orgnani, Fabrizio Ferraro, Claudio Cupellini e per i tanti altri cineasti con cui abbiamo avuto il piacere di conversare, che è anche e soprattutto il piacere di comprendere. Il festival ha poi l’ulteriore pregio di non limitarsi a ratificare ciò che ha avuto già, a livello internazionale, la sua ribalta; non abbiamo certo inventato noi Mertens o Piovani. Creuza de Mà in questi anni ha dimostrato come si possa contestualmente scommettere su nomi nuovi, che la loro storia la stanno ancora scrivendo, come nel caso di Paolo Buonvino, Andrea Farri e Teho Teardo, arrivati qui a Carloforte come solide promesse, poi ampiamente mantenute.

Luca Bandirali e Riccardo Giagni

 
Stradine che portano al mare, la grazia del periodo e di un pubblico davvero motivato che, silenziosamente, si incastona nelle rocce zoomorfe di un teatro naturale. Un momento di “cinema naturale”: un cartoncino con il foro al centro distribuito per inquadrare visioni di natura sublime, in un luogo di esclusiva proprietà dei falchi pellegrini. Più si scendeva verso il mare più ci si avvicinava a Bach, quindi all’assoluto, lì, col tramonto.

Raffaella Venturi